Ci sono cose che fanno paura in un ospedale come questo. Le ore tra la cena il sonno, ad esempio. Sembra che qualcuno le abbia cancellate dai discorsi delle infermiere, dei medici, degli inservienti: nessuno ne parla mai e quelle ore sono sparite. Quando i vassoi sono scomparsi dal corridoio tutto si ferma e io ho paura che niente si muoverà mai più: la luce resterà spenta, nulla da guardare, nessuno che ti parla, solo il mio respiro nella penombra e questi pensieri sempre uguali.
Carlo, il volontario del martedì, mi ha chiesto: “Non ti sembra di pensare troppo?”.
È vero, io penso a molte cose: a come sarebbe stato vedere i Mondiali in un bar e poi girare per la città e buttarsi nelle fontane quando tutti lo fanno e nessuno pensa che sia “da matti”; a dove sarà adesso il gatto che avevo quando stavo a casa; a cosa ci sarà da mangiare domani, che è domenica e può essere il giorno delle lasagne. Forse sono troppi questi pensieri, ma ci stanno tutti, e comodi, nella mia testa, quindi non vedo il problema.
Carlo e gli altri volontari hanno questo strano modo di chiedere le cose, usano domande che hanno già dentro la risposta e tu non sai più cosa dire quando fanno così, le idee diventano un po’ storte davanti a quella retta verità nascosta. E una cosa che impari subito qui dentro è che le idee storte prima o poi dovranno raddrizzarsi.
Nel bosco ci sono rumori allegri ovunque: rami spezzati, uccellini cinguettanti, foglie che si stropicciano. Elisa cammina veloce, gli alberi sono così fitti che sembra quasi buio; d’improvviso, lo spiazzo: un cerchio di luce tra rami e foglie, un buco nel fitto tessuto, come uno spazio in una coperta.
Un faro che illumina la prima ballerina.
Ed Elisa danza, danza con le mani, le ciglia e il sorriso. Solleva il collo del piede a indicare il cielo, abbassa le spalle e si inchina al prato, gira veloce e tutto scorre: i rami, gli uccellini, i sassi, l’ombra, la sedia…
… la sedia? Eh sì, tra un albero e un cespuglio c’è una sedia. Vuota.
Chissà da dove viene e come è finita lì…
Nella lavanderia dell’ospedale lavorano tre signore. Se non piove, tutte le mattine stendono lenzuola, tovaglie e asciugamani nel cortile sul retro. Se stai vicino alla finestra della sala giochi puoi sentire il profumo del sole e della stoffa pulita. A volte una di loro canta.
Ma il momento più bello della giornata è l’ora in cui posso uscire. Me lo lasciano fare soltanto da un anno: devono aver visto che mangio tutto il mio gesso senza fiatare.
Quando esco vado nel bosco. Mi tolgo le scarpe e le nascondo dietro un sasso, in un posto che conosco solo io. L’aria ha odori che non riesco a contare, entrano nel naso e nella gola, accarezzano con dita umide l’interno del mio corpo. La pelle dei miei piedi affonda nel muschio.
Oltre a quello del sasso, ho un altro segreto: nel bosco, due volte a settimana, mi siedo. Ho portato con me una delle poltroncine verdi che hanno messo nel magazzino dell’ospedale quando hanno comprato quelle nuove. Il colore della plastica si confonde con i tronchi e le foglie, l’ho messa in un punto in cui la luce è poca.
Io mi siedo e osservo quello che succede.
Ci sono cose che non si possono descrivere, soltanto guardare e, talvolta, vedere.
Io questa cosa l’ho vista.
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