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La Siberia devastata e il disastro petrolifero nella giornata dell’ambiente

Sembra un paradosso che proprio nella Giornata Mondiale dell’Ambiente (5 giugno) sia rimbalzata sui media la drammatica notizia dell’ennesimo disastro ambientale.

Secondo quanto riportato dalla stampa russa lo scorso 29 maggio i pilastri di sostegno di una cisterna di una centrale elettrica in Siberia sono crollati riversando nell’ambiente circostante oltre 20 mila tonnellate di gasolio. Il liquido inquinante si è subito disperso nella zona paludosa e in breve tempo è arrivato nel fiume Ambarnaya. Da lì ha cominciato la sua veloce corsa verso il Mar Glaciale Artico.

Il gasolio ha contaminato il fiume per chilometri raggiungendo uno spessore di venti centimetri e se non si riuscirà ad arginare la sua avanzata il disastro ecologico sarà senza precedenti.

foto dal post di Greenpeace Italia

Il permafrost e i cambiamenti climatici


Come un cane che si morde la coda la causa scatenate questo incidente è un fenomeno strettamente collegato ad un altro serio problema ambientale. Il crollo dei pilasti di sostegno dell’enorme serbatoio è dovuto al cedimento del permafrost, lo strato di terreno ghiacciato che ricopre vaste aree della Siberia.

Questo strato, a causa dell’innalzamento delle temperature, si sta scongelando creando problemi di stabilità alle strutture e agli edifici. Ma l’effetto più grave non è questo. Lo scongelamento del terreno sta liberando ingenti quantità di anidride carbonica che era immagazzinata nella sostanza organica congelata nel terreno. Questo fenomeno rende la Siberia una delle maggiori aree di emissione di gas serra.

Prima che l’incidente nel fiume Ambarnaya riportasse alle cronache questo fenomeno, avevamo chiesto ad un geologo di spiegarci quali sono i problemi e i pericoli collegati ai cambiamenti climatici che stiamo vivendo. Crediamo possa essere interessante riproporvi quell’articolo.


LEGGI ANCHE – Tutte le certezze scientifiche dei cambiamenti climatici e quei negazionisti che ancora non ci credono


foto dal post di Greenpeace Italia
Redazione

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