Lavis. Fin da piccolo, per mia fortuna, ho avuto a che fare con le biblioteche. I miei genitori erano accaniti lettori e, per quanto lo consentivano le risorse di casa, giornali, fumetti e libri non sono mai mancati a tavola. Da scolaro ho altrettanti bei ricordi.
Eravamo in pieno Sessantotto, quindi l’attualità politica e il desiderio di emancipazione dalla tradizione spingeva verso qualche breve saggio che ci aiutasse a capire i cambiamenti. Ma è stata anche la stagione dell’incontro con i classici, oltre l’allora odiato Manzoni. Sono di quei giorni i primi assaggi con i romanzieri russi e francesi dell’Ottocento, ma anche la scoperta di Hemingway e dei suoi 49 racconti, primo volume degli Oscar Mondadori che, con un costo finalmente alla nostra portata, avrebbero favorito l’incremento della biblioteca personale. In quei mesi, insieme a Gianni ed Andrea, compagni di classe con cui si condividevano interessi e letture, non ci siamo fatti mancare né Pavese, né Fenoglio.
La biblioteca diventava un luogo amico, una sponda per una pausa intelligente, un rifugio dove studiare, un’oasi dove leggere senza nessuna urgenza. E nasceva un angolo dedicato alla letteratura per l’infanzia, riscattandola dalla marginalità a cui era stata confinata ingiustamente. Di pari passo crescevano figure nuove nel panorama culturale provinciale: bibliotecarie e bibliotecari si affermavamo non solo come gestori di uno spazio sempre più dentro la vita di una comunità, ma anche come testimoni di un bisogno che finalmente trovava una sua realizzazione, come promotori di iniziative ed eventi, a supporto di progetti e azioni che innovavano le politiche culturali locali. Di anno in anno, poi, si consolidavano i rapporti con le scuole del territorio; e prendevano piede appuntamenti in cui la collaborazione con il mondo delle associazioni e del volontariato dava risposte significative e non banali.
Una disponibilità mai fatta venire meno ci ha consentito di organizzare incontri spesso seguiti da un numeroso pubblico. Abbiamo avuto negli anni la fortuna di ascoltare tante, indispensabili voci. Solo per citarne alcune (senza far torto ai tanti che ci hanno gratificato della loro amicizia): quelle di Alex Zanotelli, missionario, sul tema dell’ingiustizia e della disuguaglianza; di Vincenzo Passerini, allora assessore provinciale all’istruzione, e di Giancarlo Cerini, ispettore tecnico nazionale, su istruzione e scuola; di Piera Detassis, giornalista e critica, sul cinema; di Fabrizio Nicolini, violoncellista, sulla musica classica; di Quinto Antonelli, storico, sulla Prima Guerra Mondiale e sulla storia orale; di Giulietto Chiesa, giornalista, sulla guerra del Golfo; di don Antonio Mazzi, sui problemi degli adolescenti a rischio.
Una citazione particolare merita Andrea Castelli, autore e attore teatrale fra i più innovativi e sensibile della nostra regione: con lui gli appuntamenti sono stati ricorrenti e per la loro realizzazione la partecipazione della biblioteca è stata spesso un sicuro punto d’appoggio.
L’altro aspetto delle mie sporadiche presenze in biblioteca è legato al tempo in cui vagavo per tali luoghi di perdizione, alternandoli con le fughe dentro le scuole elementari. Un viaggio che facevo assieme ai bambini che misericordiose maestre affidavano alle mie affabulazioni (dagli spunti datemi dai bambini, a volte felicemente, a volte dignitosamente, partivo per inventare, là per là, storie che poi restituivo, più avanti, scritte).
Senza voler scadere nella retorica, una biblioteca, pubblica, attiva, empatica, libera, aperta al confronto è un patrimonio indispensabile, per uno e per tutti. E’ un antidoto alle facili ignoranze e alle superstizioni, è una culla dove si può continuare a crescere finché si esiste, è un mare, è una vetta, è una cantina, è una dispensa dove avventura e riflessione, paure e desideri, domande e ipotesi trovano asilo, dentro i libri e fuori, nelle suggestioni e nelle trame che, tornando a casa, ci troviamo inaspettatamente in tasca.
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