Foto di Enzo Marcon
Lavis. La storia di Lavis è indissolubilmente legata al torrente Avisio e alle vie di comunicazione che consentivano di attraversarlo. L’Avisio, oltre ad essere un confine naturale, per secoli nella Valle dell’Adige è stato anche un confine politico e linguistico fra il mondo tedesco (la Contea del Tirolo) e quello italiano (il Principato Vescovile di Trento). Era logico quindi che lo sviluppo economico, demografico e urbanistico del paese ne fosse condizionato pesantemente.
Il documento più antico a tale riguardo è datato 1202. Si tratta di un accordo daziario nel quale si cita la località “a ponte Everis”. In un altro documento del 1240 viene citato l’attraversamento sul torrente “Ponte Avisii”, specificando che a nord del ponte vi è una cappella dedicata a Sant’Udalrico, mentre a sud vi è un ospizio con cappella dedicato a Santa Giuliana e San Lazzaro.
Chiunque volesse percorrere la valle dell’Adige doveva transitare dall’unico ponte che c’era a Lavis e qui doveva fare tappa per svolgere tutte le pratiche doganali. Grazie a questa tappa obbligata, nelle immediate vicinanze sorsero anche numerose locande e botteghe. L’antico ponte, che in origine era poco più a valle (circa all’altezza dell’incrocio con la strada di Meano), era in legno e secondo le testimonianze dell’epoca poggiava su tre piloni.
La furia dell’Avviso distrusse più volte questo ponte. Nel 1493 il principe vescovo di Trento, Udalrico Frundsberg, lo fece ricostruire in pietra ma anche questo venne travolto da una delle piene dell’Avviso.
Nel 1545 Angelo Massarelli, segretario presso il Concilio di Trento, scriveva nel suo diario:
Il ponte in legno resistette al suo posto per secoli. Le brentane che nel corso degli anni si susseguirono lo danneggiarono ma non misero mai in pericolo la sua stabilità. Solamente gli eventi bellici del periodo napoleonico segnarono la fine del glorioso ponte coperto. Tra il 1796 e il 1813 venne a più riprese distrutto e ricostruito.
Ecco cosa scriveva la Gazzetta di Trento nel settembre di quell’anno:
L’anno seguente l’Erario Stradale mise in opera un nuovo ponte in ferro, ad arco portante, realizzato dalla ditta Körösi di Graz. Questo nuovo ponte prestò il suo servizio per quasi un secolo, fino a quando venne demolito nel 1980 e ricostruito nelle forme attuali su un progetto dell’ingegnere Franco Detassis.
Con lo sviluppo del paese e con l’aumento del traffico questo passaggio obbligato da opportunità del passato divenne un limite e nel 1934 venne stravolta la viabilità della borgata con la realizzazione di un secondo ponte, il San Giovanni Bosco.
Per lo stesso motivo nel 1956 smisero di transitare dal Pont de Fer anche i convogli della Trento-Malè grazie al nuovo tracciato ferroviario che lambiva solamente il centro abitato. Ma questa è un’altra storia che vi abbiamo già raccontato.
Quello che resta è l’attaccamento dei lavisani per il loro vecchio ponte, tanto che nell’autunno del 2019, su iniziativa della commissione toponomastica di Lavis, seguita da quella di Trento, è partita la proposta, poi accolta dai due Consigli Comunali, di chiamare il ponte con il nome che affettuosamente tutti usano, facendolo diventare ufficialmente il Pont de Fer.
Brugnara Andrea, i luoghi dell’arte e della storia nel Comune di Lavis, vol. 1, 2006, Comune di Lavis;
Brugnara Andrea, Casna Andrea, Marcon Paolo, Marcon Silvano, Lavis, immagini che fanno storia, 2010, Comune di Lavis;
Casetti Albino, Storia di Lavis, 1981, Società di Studi di Scienze Storiche;
Rasini Aurelio, Lavis nel 1879 con un saggio di Annali Lavisani fino al 1980, 1999, Associazione Culturale Lavisana.
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