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“Mi sènto ancòr la voze” – Il ricordo di Italo Varner nel racconto dei lavisani

Lavis. Nel primo dopoguerra ero un giovane ragazzo che voleva mettersi alle spalle gli anni di paura e i patimenti della seconda guerra mondiale. Per me fu quindi naturale farmi coinvolgere dall’entusiasmo di Italo Verner ed Enrico Nicoletti quando mi proposero di partecipare alla fondazione di un coro. Il Coro Scarpon nacque così, nella cucina di casa Varner, da un gruppo di amici che volevano tornar a vivere in pienezza gli anni della loro gioventù.

Appena l’ufficio postale poi si trasferì liberando gli spazi di casa Endrizzi (l’ex albergo alla Tramvia), Pietro Endrizzi, che non faceva parte del coro ma che ci sostenne sempre nelle nostre iniziative, ci propose di usare quei locali ora vuoti come sede per le nostre prove. Il coro aveva preso piede ed eravamo una trentina di elementi che facevano fatica a ritrovarsi tutti a casa Varner.

Il concorso a Merano


Un giorno Italo ci disse che c’era la possibilità di partecipare ad un concorso presso la prestigiosa Kursaal di Merano. Eravamo tutti emozionati all’idea ma, come dice il nome del coro, non avevamo grandi aspettative, in fondo eravamo degli scarponi.

Partimmo in treno alle 6 del mattino convinti di tornare a casa dopo la prima fase eliminatoria, per mezzogiorno. Con nostra sorpresa passammo invece alla fase successiva del pomeriggio. Nessuno si era portato i soldi per il pranzo e vidi il povero Italo fare un conto dei pochi spiccioli che avevamo e provare a contrattare il pranzo per noi presso i ristoranti di Merano. Alla fine trovammo un’osteria che ci propose il pranzo (primo, secondo e 1/4 di vino o un birra) per 450 £ a testa, Era comunque fuori dalle nostre possibilità. Per fortuna Ezio Zadra disse a Italo che aveva con se il libretto degli assegno e che avrebbe saldato lui la differenza.

Così arrivammo al pomeriggio sazi e pronti per riprendere la competizione. Contro ogni aspettativa arrivammo anche in finale. Italo adesso doveva pensare anche alla cena per i suoi coristi. La fortuna volle che proprio a Merano vivessero tre sorelle di Lavis, le sorelle Andreatta, che tranquillizzarono il maestro dicendo che ci avrebbero pensato loro. Mentre noi proseguivamo la nostra competizione loro, con alcune amiche, ci prepararono dei panini per cena.

Alla fine il concorso canoro lo vinse il coro di Castel Arco, diretto da un frate,  mentre noi giungemmo secondi a pari merito con il coro Rosalpina di Bolzano. Il trofeo che ci diedero era un elefantino argentato che fece bella mostra di se per mesi nella pasticceria del nostro maestro Italo.

Italo Varner

Le esibizioni in radio


Alla fine proprio scarponi non eravamo. Poco dopo ci chiamò anche la Rai locale per una nostra esibizione in diretta radio.

Gli studi erano a Bolzano e anche quella volta eravamo agitatissimi. Non vi dico la tensione quando si accese la luce rossa “on air” davanti a noi. Anche Italo era molto nervoso. In fretta prese il suo tonimetro dalla tasca per darci la nota di intonazione. Lo portò alle labbra e soffiò. Invece della nota dallo strumento uscì una nuvola di tabacco. Lui era un fumatore e in tasca oltre allo strumento teneva sempre una busta di tabacco. Panico! Ci guardammo un attimo e con gli occhi Italo ci disse di partire comunque. Tutto andò alle perfezione e gli ascoltatori non si accorsero di nulla. Fu un successo e il primo di tanti nostri interventi in radio.

Roma


La fortuna volle che ad un certo punto le note del Coro Scarpon giungessero anche alle orecchie dell’allora sindaco di Roma, Salvatore Rebecchini, Non ricordo come, forse perché in vacanza in Trentino o forse perché ebbe modo di sentire una delle trasmissioni in radio che avevamo fatto. Fatto sta che il Sindaco prese contatto con Italo e con Enrico e invitò tutto il coro a Roma per cantare in Campidoglio. Non toccò quindi a Italo quella volta occuparsi del pasti dei suoi coristi e potè concentrarsi solo sulla musica e godersi questa prestigiosa trasferta.

Io purtroppo in quell’occasione non potei vedere il volto felice di Italo e dei miei compagni perché ero ammalato e dovetti restare a casa ma posso immaginare la soddisfazione del nostro maestro per aver portato gli Scarponi fino a Roma.

Romano Donati

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