Foto tratta dal libro "Lavis, immagini che fanno storia"
Lavis. Il 30 ottobre 1922 è una data che cambiò tristemente l’Italia. Con la marcia su Roma Benito Mussolini mise a nudo il re Vittorio Emanuele III e si fece consegnare le chiavi del governo italiano. Negli anni successivi una serie di provvedimenti voluti dal Duce limitarono fortemente le libertà individuali e concentrarono tutto il potere nelle mani di poche persone fedelissime a Mussolini.
Furono sciolti tutti i partiti e le associazioni sindacali non fasciste, venne limitata la libertà di stampa e fu creato un tribunale speciale per colpire le persone sgradite. Nel 1923 venne emanata anche una legge che cancellava le antiche autonomie dei comuni del Trentino, da poco entrato nel Regno d’Italia. Stava iniziando anche in Trentino-Alto Adige un processo di italianizzazione forzata a danno delle antiche tradizioni e consuetudini.
Anche il Comune di Lavis venne travolto da questo nuovo vento di tempesta e le cronache del tempo ne riportano numerosi episodi, come per esempio l’irruzione nel Consiglio Comunale dell’ottobre 1923:
Alcuni giorni dopo questo evento il sindaco Giuseppe Rasini fu costretto a dare le dimissioni.
O la fascistizzazione della scuola con le divise, le parate e i saggi di ginnastica che coinvolgevano i ragazzi di tutte le età: “i figli della lupa” della materna, i “balilla” delle elementari e gli “avanguardisti”, che erano i ragazzi più grandi.
Così scriveva sul suo diario Gina Simeoni, una alunna della scuola di Lavis.
Dopo l’irruzione in Consiglio Comunale e le dimissioni da sindaco, Giuseppe Rasini venne nominato Commissario prefettizio. Anche questa volta il suo incarico non durò molto. Il 4 febbraio del 1926 il regime fascista abolì le amministrazioni locali elettive, eliminando consigli comunali e giunte e affidando il potere ai Podestà.
Uno degli ultimi atti ufficiali di Giuseppe Rasini fu la pubblicazione del manifesto di adesione alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Il 22 gennaio del 1926 vennero affissi numerosi cartelli nei quali il comune “chiedeva” alla popolazione di aderire al manipolo lavisano della milizia, la cui istituzione era stata ordinata dal Comando di Coorte.
Il minaccioso “invito” non cadde nel vuoto. In molti risposero a questo appello, anche dai paesi vicini, chi per convinzione, chi per necessità e chi perché non aveva altra scelta. Il risultato fu che qualche mese dopo il Podestà, Luigi Ciaffi, potè certificare che anche il Comune di Lavis aveva il suo manipolo di “camicie nere”.
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